La mia prima padella
______________________________________________________ Inviato il 30/7/04 ___


Chissà come mai, proprio quel giorno, mi è tornata alla mente quella frase…
Non la sentivo ripetere da chissà quanto tempo! Forse l’ultima volta l’avevo sentita quando, ancora ragazzino, il nonno di un compagno di classe, che come me prendeva parte alle gare dei giochi della gioventù, era solito ripetergli: “impegnati per vincere, non voler stravincere”.
Forse adesso che ci penso l’associazione mentale che ho fatto, senza neppure rendermene conto, paragonava la mia sconfitta di quel giorno a quelle delle squadre di ragazzini che regolarmente riuscivamo a battere sui campi di pallacanestro….
Se per me lo sport è stato a quei tempi una palestra di vita, ora trovo nella caccia gli stessi stimoli e apprendo da essa, con il susseguirsi delle mie uscite, analoghe lezioni di cui far tesoro per gli insegnamenti e le emozioni che ogni volta mi regalano.

Questo è il racconto della mia padella più clamorosa.

Il sole di agosto è già caldo sin dalle prime ore del mattino. L’inesperienza della mia prima stagione di neo patentato cacciatore di selezione, anche se da un lato mi fa saltar giù dal letto ad ore antelucane per essere pronto con fin troppo anticipo sull’ora del ritrovo, non mi consente ancora di sfruttare tutte le malizie e gli accorgimenti acquisiti con la pratica. Arrivo per primo all’appuntamento stabilito con Corrado, ma soltanto una volta arrivati nell’area a me assegnata, scopro con disappunto una sbarra che ci impedisce l’accesso alla carrabile, già percorsa in ricognizione e senza ostacoli appena qualche giorno prima. Percorsi dunque a piedi gli ultimi chilometri, arriviamo alla Rupe che oramai il sole è alto. La Rupe è un bellissimo podere di montagna, da anni in completo abbandono. Bloccando con il palmo della mano l’ondeggiare dell’arma a tracolla, sento il metallo della cassa della mia Mauser che scotta, e mentre il sudore mi incolla alla schiena lo zaino Corrado sembra divertirsi, leggero come una piuma, senza carabina e con il solo binocolo a tracolla, per nulla preoccupato di aver perduto i migliori momenti della mattinata. Quasi rassegnato a non far neanche un incontro, raggiungo il prato circostante la casa diroccata e cerco rapidamente rifugio all’ombra del grande noce, che vigila attento sul forno a legna posto accanto alla casa. La magia del posto e la splendida maestria con cui sono adagiate l’una sull’altra le pietre di queste vecchie costruzioni, mi fanno in breve ritornare il buon umore di sempre. Ad ulteriore incentivo ecco che compaiono i primi caprioli…. Comodamente piazzati all’ombra del grande albero sul prato accanto alla casa, siamo praticamente su di una splendida terrazza che si affaccia sul grande campo sottostante. L’erba medica si distende in un immenso tappeto in discesa, giù fino in fondo al fosso. La vista spazia anche sulla parte opposta della valle che si apre ad anfiteatro. Alcuni caprioli si muovono tra i cespugli di ginestre e ginepri a macchiare il pendio che davanti a noi risale, dal fosso, fin sulla cima di Tramonte. Non è facile vederli. Si confondono ai margini dei campi, in mezzo alle sterpaglie secche ed agli arbusti. Come se si fosse materializzato all’improvviso, vedo un bellissimo maschio di capriolo proprio in fondo al campo di erba medica sotto di noi (peccato che la fida digitale Optio 550 non fosse ancora presente nel mio corredo di caccia). E’ solo e pascola noncurante. Sono in posizione perfetta. Il sole è alle mie spalle e sento il vento portarmi rinfrescanti folate sulla faccia. Adagio lo zaino sotto quel che rimane di un antico e ormai pericolante steccato, ci appoggio la mia Mauser M94 in 30.06 e mi sdraio per il più comodo dei tiri. Noto soltanto ora che il capriolo presenta una curiosa zona di colorazione scura nel mantello, proprio alla base del collo. Il trofeo che porta è decisamente bello. Alto due volte le orecchie, con punte regolari e bianche. E’ il mio primo maschio di seconda. Corrado mi parla con calma e cerca di far sì che trovi la giusta concentrazione. Guadagno con l’ottica il punto vitale. Dimentico di armare lo stecher. Il capriolo è sempre tranquillo a circa 150 mt. sotto alla mia postazione. Sparo. Il capriolo, disturbato dal rumore della fucilata, si limita a sollevare la testa, ma rimane dov’è, mentre io, più stupito che contrariato, non so cosa fare. Corrado mi sollecita a ricaricare per sparare nuovamente, ma intanto il capriolo si muove… Faccio rapidamente girare e scorrere l’otturatore per riarmare un’altra cartuccia e con mia grande sorpresa mi avvedo che il capriolo sta risalendo verso di noi. Si è fermato. Adesso sarà a non più di 100 mt. Corrado non parla e mi fa segno con la mano con un gesto simile a quello del play maker, che io interpreto come un’esortazione a buttarmi giù per sparare ancora, prima che l’animale se ne vada definitivamente. Mi sdraio subito sullo zaino. Prendo la mira e questa volta armo lo stecher. Il respiro è un po’ affannoso per l’emozione che mi fa aumentare il ritmo del battito cardiaco, ma riesco a controllarlo e attendo quei pochi secondi che mi consentono di tornare alla normalità della condizione. Il reticolo si piazza esattamente nel punto vitale, proprio su quella macchia scura del mantello che avevo notato alla base del collo. Premo delicatamente il grilletto e sparo. Anche questa volta il bel maschio alza la testa quasi indispettito per il frastuono della 30.06 e invece che andarsene, fatto ancora qualche metro sempre in salita e sempre verso di noi, si rimette a pascolare. Capisco in quel momento, anche se non completamente, tutto quello che ho poi imparato sul cosiddetto “angolo di sito” e sulla traiettoria dello sparo rispetto all’orizzonte. Soltanto ora interpreto correttamente i gesti di Corrado, che mentre sembrava palleggiare un’inesistente palla da basket, mi diceva invece di stare basso con il tiro poiché sparavo in forte pendenza!!!!!
Mi rialzo, tolgo il bossolo ancora in canna ed il caricatore della carabina, fischio al capriolo ormai giunto a 60 mt. sotto di me che mi guarda… e si allontana in fretta andando a perdersi nel bosco.
Quella mattina ho perso.

Il maschio di capriolo con la macchia di pelo nero sul collo ha vinto 2 a 0.

di Carlo Piccoli